anno 4
n. 12
30 marzo 2009
sommario


PRIMA 
- Editoriale
Che il silenzio urli (di Michele Guccione)

pag. 2: LETTERE AL DIRETTORE
-
Medici estetici col “bollino blu” 
- Screening al seno: "Un servizio puntuale, garbato, professionale" 

pag. 3: INIZIATIVE
- L'isolamento dell'handicap si vince con un click (di Edoardo Ullo) 
- Legalità e recupero: “In&Out” e il detenuto si trasforma in operaio (di Viviana Cinque) 

pag. 4:  SPORT E SALUTE
-
Cricket a Palermo: sport e strumento d'amicizia fra etnie diverse (di Edoardo Ullo) 
- Il cuore sano può fibrillare (di Sergio Fasullo)
- Inbox

pag. 5:  SPORT E SALUTE
- Le “cattedrali nel deserto” dello sport  (di Francesco Trupia)
- punti di vista Alcuni buoni motivi 
per uscire di casa
 (di Diego Fabra)
- Annunci immobiliari

pag. 6: MEDICINA
- Un valido aiuto ai malati di diabete (di Santi Pinelli)
- Consigliati

pag. 7: NUTRIZIONISTICA
-
Una dieta adeguata per ridurre i rischi di tumore alla mammella: “Progetto Diana” al Civico  (di Viviana Cinque) 
- mangiarbene
I fagioli azuki  (a cura dello Studio Nutrizione e Dietetica) 

pag. 8: CERCHI UNA FARMACIA?
- Farmacie di turno

pagina 1 - EDITORIALE
Che il silenzio urli
di Michele Guccione - e-mail

Anche noi, popolo italiano, siamo la Mecca di tanti poveri sventurati… Questo è certamente un motivo di stupore, ma anche di riflessione. Non c'è lavoro per noi, si parla diffusamente di crisi, eppure cresce il moto immigratorio. Evidentemente, nel mondo, c'è chi sta peggio. Così ci troviamo coi primi problemi di integrazione. 

Non è facile essere "grandi". Essere un grande popolo significa aver voglia di universalità, conoscere e affrontare i problemi del mondo, sapersi confrontare con altre culture, con religioni diverse. Mi accorgo, nella mia esperienza di medico di famiglia, che è necessario saper "viaggiare con la mente" per comprendere usi e costumi dei pazienti della Costa d'Avorio, o delle Filippine o dell'Est europeo. 

Ricordo una famiglia Rom, una di quelle che, quando si reca dal medico, va per intero… E' una cosa che mi colpiva molto: il problema di uno è sempre il problema dell'intera famiglia. Tutti fuori dalle regole. Nessuna idea di turni in ambulatorio, poca dimestichezza con visite ambulatoriali, prescrizioni, esami o altro. 

Una grande difficoltà si creava in sala d'attesa. Diffidenza reciproca: una coesistenza di tematiche uguali legate alla salute, ma con un modo di viverle distante, molto distante. Una distanza che richiama immediatamente il tema dell'integrazione. Ho sempre avuto dei dubbi che l'integrazione sia un processo unilaterale, cioè solo un adattamento alla mentalità del popolo che ospita. La ricchezza culturale e di esperienze che si può trarre dal confronto è senz'altro reciproco. Ma ciò può avvenire solo vivendo insieme, non in ghetti separati.

Sembrerà strano, ma la difficoltà maggiore che ho incontrato nell'attuazione di tali processi non è tanto nel fare accettare gli stranieri ai miei pazienti, quanto il contrario. Ogni regola ha le sue eccezioni, ma credo che convenga accettare le sfide che il nuovo millennio ci propone e avviarci, insieme, a diventare un grande popolo.

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