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Le guardie mediche curano, ma chi si cura 
di loro?
Strumenti insufficienti, completa solitudine, aggressioni: un quadro sconfortante denunciato dal Sindacato
Fonte: Ufficio stampa SNAMI (Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani) - www.snami.org - snami@snami.org

Chi è il medico di continuità assistenziale? E cosa fa? "Dalle 20 alle 8 di mattina e nei prefestivi e festivi è il medico di guardia medica - oggi di continuità assistenziale - che prende in carico i cittadini nei primi momenti di bisogno e copre le esigenze della cronicità nelle ore in cui il medico di famiglia non è in servizio. Un'attività complessa dal punto di vista professionale e delicata nell'approccio con il paziente che, solo nella regione Sicilia, vede coinvolti circa duemilatrecento medici dislocati in cinquecento sedi su tutto il territorio. L'intervento del medico inizia con la chiamata dalla centrale operativa di riferimento o, nella maggior parte delle regioni, con l'accesso diretto al presidio, spesso e volentieri ubicato in luoghi periferici, isolati e fatiscenti. Il tutto senza l'ausilio di altre figure professionali, sia nel momento dell'accoglienza, sia nel momento della visita". 
Così Giancarmelo La Manna, responsabile nazionale dello Snami (Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani) e della regione Sicilia per la Continuità assistenziale. La denuncia del rappresentante dei medici è avvenuta durante il Congresso nazionale della categoria, tenutosi recentemente a Palermo. 
"Il medico - ha ricordato La Manna - opera in completa solitudine e senza l'ausilio di strumentazione diagnostica necessaria, sia in ambulatorio, sia a domicilio, anche in situazioni di particolare emergenza, quali arresto cardiorespiratorio, edema polmonare, ictus, attacco d'asma, traumi di qualsiasi tipo (incidenti domestici o stradali nei piccoli centri), fino all'assistenza al parto, soprattutto nelle comunità disagiate. La dotazione tipo del presidio, infatti, consiste solo in una bombola per l'ossigeno-terapia, a volte anche un pallone Ambu (per la rianimazione respiratoria), l'apparecchio della pressione e qualche strumento per la piccola chirurgia. E, manca il defibrillatore. Quindi, in caso di arresto cardiorespiratorio, al medico non resta che intervenire manualmente in attesa dell'arrivo dell'ambulanza medicalizzata". 
Ma i problemi, purtroppo, non finiscono qui. "Le dottoresse, spesso, devono farsi accompagnare", ha proseguito La Manna. "Hanno paura. Le aggressioni sono oramai all'ordine del giorno, solo pochi mesi fa una nostra collega di Scicli è stata stuprata mentre era in servizio. Era solo da qualche anno che aveva preso coraggio e non si faceva accompagnare più dal marito". 
Infine, Elena Giolo, responsabile Snami della regione Piemonte, ha spiegato che: "Non abbiamo il giusto riconoscimento professionale ed economico dei rischi collegati all'attività, pur svolgendo un ruolo essenziale per la sanità pubblica. Ed è sempre più una chimera per molti la stabilizzazione e l'avanzamento di carriera. Io, in particolare, sono precaria da ben otto anni".

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