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E’ giusto opprimere, in nome di un’autorità, o di un sentimento o di un malinteso senso di protezione, un’altra persona rendendola fragile, sottomettendola ai nostri voleri, ai nostri desideri o – peggio – ai nostri piaceri?
Lo chiedo a chi esercita un potere, ma anche ai tanti genitori che a volte scambiano il bisogno di impartire un’educazione ordinata con l’incomprensione più ottusa verso tutto ciò che si muova in altro senso. Lo chiedo a quegli innamorati che non si rassegnano a un diniego: l’amore può trasformarsi nel peggiore incubo, arrivando anche all’uccisione della persona amata.
Lo chiedo a quei ragazzi che scelgono la vittima per i loro scherzi tra le persone più miti, ingenerando il fenomeno del bullismo: anche in questo caso il potere decide di sacrificare una vittima, insultando la dignità umana.
Lo chiedo anche a chi non comprende che non esiste un “capo” se non in termini di responsabilità, e che, per svolgere mansioni di responsabilità, occorre avere la testa sulle spalle, essere saldi sui nervi, avere in mente la visione d’insieme e saper delegare, motivando semmai tutti coloro che lavorano.
Incontro tutti i giorni uomini, donne e soprattutto giovani che si imbattono in un cretino di turno che, guarda caso, è li a comandarli e che sembra divertirsi a infierire e a creare frustrazioni.
Quante storie raccontate piangendo, storie di violenze più o meno sottili esercitate con freddezza sapendo di avere sempre il coltello dalla parte del manico. Piccole e grandi angherie, il più delle volte indimostrabili, che minano le fondamenta della dignità. Ecco: dignità, libertà, rispetto, sono le parole che dovrebbero essere la base di ogni rapporto umano. La libertà di sbagliare (se in buona fede) di un figlio, sempre però nel rispetto dei ruoli e dell’autorità dei genitori. La libertà, senza la quale nessun amore può dirsi veramente amore: sia esso corrisposto che unilaterale, senza un autentico rispetto per la libertà della persona amata diventa oppressione. Lo dico ai mariti-padroni e alle mogli super gelose.
E che dire del proprio lavoro, che di per sé è sempre dignitoso?… ricordare a sé e agli altri questo concetto permetterebbe di non vedere più un lavoro come umile o rispettabile, ma semplicemente come un lavoro. Rispetto, dignità, libertà non sono parole: sono muri invalicabili che nessuno, dico nessuno, può sognarsi di abbattere senza trasformarsi in qualche modo in una belva.
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