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Ogni anno in Italia
migliaia persone subiscono l'impianto chirurgico di una protesi. Di queste,
il 3% ha esito negativo e deve subire un reimpianto. Molte contraggono un'infezione osteoarticolare, spesso perchè non sanno di essere allergiche al titanio, la lega che riveste le protesi. Ma migliaia di altre infezioni alle ossa vengono registrate a seguito di incidenti stradali e di interventi chirurgici effettuati senza le dovute precauzioni. Vi sono poi oltre seimila casi l'anno di diabetici che degenerano in cancrena e subiscono l'amputazione di un arto. Il batterio che provoca tutto ciò è un terribile killer: silenzioso, divora le ossa e strazia le carni fino a rendere necessaria l'amputazione o a portare alla morte per setticemia.
Un male sociale che compie vere e proprie stragi, che rende decine di migliaia di persone invalide e che le costringe a lunghe e costose terapie dall'esito incerto. E' un gigante del male, di cui si parla poco. Credo che nessuno sia davvero in grado di comprendere la sofferenza di chi ne è vittima.
Il servizio sanitario solo di recente ha preso coscienza del fenomeno e sta correndo ai ripari, in questo assai spintonato dall'Anio, l'associazione che ogni anno accoglie ben 19 mila nuovi pazienti colpiti dal male. Ora funzionano i rimborsi, l'esenzione ticket, la riabilitazione. Ma tutto il resto è ancora nelle mani dei volontari, che coinvolgono Ministero e Regioni nel confronto con i produttori di protesi, con i centri ospedalieri, con una infinita catena di responsabilità attorno all'infezione ossea. Oggi la sfida da vincere è la prevenzione, un vero e proprio mulino a vento fatto di superficialità, di carenza di risorse, di non piena consapevolezza del dramma.
E' stato un calvario del genere, vissuto sulla propria pelle, a spingere Girolamo Calsabianca a fondare l'Anio, che non solo ha creato una rete nazionale di assistenza e cura, ma che ogni giorno lotta per salvare vite umane e per impedire amputazioni: sperimentazione continua, pronto intervento, collaborazione fra più centri sono gli elementi della sua battaglia quotidiana.
Per vincere la guerra contro il mulino a vento, però, ci vuole molto più della fantasia e della buona volontà. Occorre che tutti sappiano, che tutti siano inorriditi e indignati, che tutti siano a conoscenza dei rischi che si annidano dietro ogni intervento chirurgico non perfettamente asettico, dietro il tardato soccorso di un ferito a terra con una frattura aperta.
Questo è il nostro compito, che accettiamo di buon grado sperando di contribuire ad una giusta causa. |