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Egregio Direttore, leggo, quando posso, il Suo bel settimanale (...). Ho sempre apprezzato la chiarezza e la correttezza dei messaggi trasmessi, anche perché la conoscenza dei problemi è il primo requisito che consente al Paziente di orientarsi in un mondo sempre più difficile, specialmente nei momenti in cui si è confusi ed a volte spaventati per una malattia da curare, non sapendo a chi affidare la propria salute. Sono quindi rimasto molto sorpreso nel leggere, nel Suo articolo "E' possibile vincere contro i mulini a vento" cifre che, mi permetta di dirlo, sono (per fortuna) molto lontane dal vero. Lei afferma che ogni anno il 20% delle protesi (anca, ginocchio, spalla) impiantate hanno un esito negativo. La cifra mi ha fatto sobbalzare, perché se fosse corretta dovremmo certamente rivedere radicalmente il nostro modo di procedere. Comprendo, dalla lettura dell'articolo-intervista con l'On. Francesca Martini, che tale percentuale verrebbe citata dall'Onorevole Martini durante l'intervista e quindi da Lei riportata nel Suo articolo.
Poiché non voglio minimamente mettere in dubbio la buona fede dell'informazione, mi sono chiesto come sia possibile citare una cifra così elevata e superiore al dato reale di circa 10 volte. La spiegazione che mi sono dato è che probabilmente si tratta di un refuso tipografico, avendo scritto 20 al posto di 2. Posso assicurarLe che la percentuale di fallimenti degli impianti protesici non è superiore, nei primi anni, al 2%: tutta la letteratura internazionale riporta queste cifre e, per quanto ovviamente assai più modestamente, la mia personale esperienza di chirurgo ortopedico che impianta protesi da circa 25 anni è attestata al di sotto di queste cifre. La situazione è sostanzialmente sovrapponibile in Italia e posso esserne buon testimone essendo stato fino a pochi mesi fa Presidente dell'O.T.O.D.I., società scientifica ortopedica ospedaliera che raccoglie 15 società regionali e circa 3.500 ortopedici ospedalieri italiani, avendo quindi avuto il modo di "tastare il polso" alla nostra realtà assistenziale che, sia pure con note le variabili geografiche ed a macchia di leopardo, può comunque competere tranquillamente con le migliori realtà di altre nazioni. Al primo posto, tra le cause di fallimento, proprio l'infezione e non si farà mai abbastanza per ridurre al minimo questa terribile complicanza attraverso metodiche scrupolose, tecniche chirurgiche inappuntabili, protocolli di profilassi e di trattamento certificati. Anche adottando tutte le precauzioni possibili, purtroppo, le infezioni rappresentano lo 0,3-0,5% delle complicanze (nelle migliori casistiche) e sono il cruccio costante di ogni chirurgo che effettui un numero elevato di interventi, poiché nessun chirurgo (ed il sottoscritto non fa eccezione) può onestamente dire di non avere mai avuto casi di infezione. La pregherei quindi, qualora lo ritenga opportuno, di effettuare dalle pagine del Suo settimanale una precisazione in tal senso: mi dispiacerebbe molto, infatti, che Pazienti già sufficientemente preoccupati nel doversi sottoporre ad un intervento di chirurgia ortopedica certamente maggiore (ma che da' risultati eccellenti nella stragrande maggioranza dei casi) possano scoraggiarsi e potenzialmente rinunciare a migliorare la qualità della propria vita per un rischio (1 possibilità di fallimento su 5) che farebbe somigliare questa chirurgia ad una roulette russa -e certamente non è così. Sono ovviamente disponibile a fornirLe, se dovesse richiederla, ogni documentazione bibliografica a sostegno di quanto sopra.
Ernesto Valenti
Caro Dr. Valenti, se lei, come scrive, ci conosce bene, sa che non facciamo informazione "terroristica", ma una corretta, prudente e oculata somministrazione di fatti presentati sempre nell'ottica della prevenzione, del benessere e del rispetto del paziente, ben contrari come siamo a suscitare psicosi. Lo abbiamo fatto anche nel caso che la preoccupa. L'obiettivo, però, non è quello da lei colto, anzi. Lo confermano gli attestati di stima che ci sono pervenuti da varie associazioni scientifiche del settore.
Non c'è stato nessuno refuso. Non solo devo confermare quelle cifre (che sono fornite dal ministero della Salute e analizzate dalle competenti commissioni tecniche), ma devo dirle che siamo stati prudenti nel fornire quelle del 2008, in quanto i dati ufficiali del 2009 sono peggiori. Si tratta di una media nazionale, per cui è plausibile che in Sicilia la percentuale di infezioni da sala operatoria possa essere inferiore. Ma non lo è certamente quella da allergie. Poiché, ripeto, il nostro scopo non è né terrorizzare chi è costretto a subire interventi del genere, né demolire quanto di buono si fa nell'Isola, abbiamo giustamente e correttamente voluto avvertire i medici e i pazienti su due realtà e su due soluzioni. Le due realtà: una protesi si deve reimpiantare o a seguito di un'infezione da sala operatoria, da contatto, da reparto (e su questo non posso che concordare con lei) oppure, e pochi lo sanno, per una allergia del soggetto ai materiali di cui è rivestita la protesi, primo fra tutti il titanio, fattore che gli studiosi hanno visto essere assai diffuso. Le due soluzioni: l'Anio ha messo a punto un protocollo da applicare nelle sale operatorie per prevenire le infezioni, protocollo che è stato adottato dal ministero e dalla Regione; sempre l'Anio ha messo a punto con istituti specializzati il test dell'allergia al titanio, al quale tutti dovrebbero sottoporsi prima di subire l'intervento, mentre con alcune case è stato raggiunto l'accordo per produrre protesi anallergiche rivestite, ad esempio, d'argento.
Dunque, abbiamo spiegato perchè certe cose possono avvenire, e abbiamo indicato le soluzioni per ridurre un fenomeno che crea pesanti disagi e costi sociali. Del resto, caro Dr. Valenti, non ci siamo inventati nulla. In Italia già si fa ciò che abbiamo raccontato. Speriamo, col nostro piccolo contributo, di spingere gli eccellenti chirurghi di cui disponiamo e i centri di riferimento per la chirurgia ortopedica ad adeguarsi a queste evidenti novità, nell'interesse della salute dei pazienti.
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