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Le ulcere ai piedi, provocate dalla patologia diabetica, costituiscono un evento grave, che, spesso, determina lesioni permanenti, se non la perdita dell'arto. Infatti, il temuto piede diabetico, in effetti, non è un avvenimento improvviso e imprevedibile, ma la logica conseguenza di una carente gestione della propria patologia da parte del paziente che, spesso, non cura in modo adeguato il proprio diabete.
Questa patologia, infatti, se non ben controllata, infiamma le pareti cellulari, favorisce la formazione di placche aterosclerotiche, veri e propri accumuli di grassi che ostruiscono il flusso sanguigno nelle arterie.
Le prime a risentirne sono le arterie più piccole, le quali sono vitali nell'alimentare in modo costante le cellule del nostro corpo. Senza un adeguato supporto dell'insulina, accoppiata ad una dieta adeguata e all'esercizio fisico, lo zucchero non è assorbito adeguatamente e favorisce l'instaurarsi di altre problematiche, come l'ipertensione, il colesterolo cattivo e l'ateroscerosi.
Questo stato patologico favorisce l'insorgere d'infezioni nel piede che, partendo da piccole ferite, possono degenerare fino all'ulcera, stato nel quale il piede può decadere costringendo all'amputazione.In questo contesto, il diabete non adeguatamente compensato, favorisce la diffusione degli agenti patogeni che provocano le infezioni osteoarticolari, i cui batteri trovano negli ambienti ad alta presenza di zuccheri, un ambiente propizio al loro sviluppo. Paradossalmente, amputare un arto costa pochissimo inizialmente e non costringe le ASP a costosi ricoveri, dovuti. In realtà, quello che viene sacrificato con quest'operazione, è il futuro del paziente senza, per questo, ottenere un vero risparmio per la sanità. Infatti, un arto impuntato costa 7000 euro, una protesi 10 volte tanto, cioè 70 mila euro.
E non si deve dimenticare la perdita di fiducia del paziente in se stesso e nei confronti dei medici, mentre, i costi sociali complessivi costituiscono una spesa non indifferente e superiore al costo dell'amputazione. Inoltre, un arto amputato non dà la garanzia al paziente di aver eliminato il problema, poiché è molto alto il rischio che l'infezione si ripresenti, anche per una protesi non adeguata o sbagliata.
Il diabete, oltre tutto, ha una caratteristica che favorisce le complicanze vascolari o neuropatiche, la memoria glicemica delle cellule. Le cellule possiedono una memoria che tiene conto dei livelli di zucchero e una glicemia alta significa una media alta, che permane a lungo, anche quando il livello di zuccheri è riportato a valori nella norma.
Per evitare i costi sociali e garantire al paziente una vita quanto più possibile normalizzata, negli ultimi anni, lo studio delle cure si è concentrato sul recupero dell'arto e non sulla sua amputazione. Tuttavia, le cure tradizionali per il recupero o la ricostruzione di un arto impongono tempi lunghi e costosi, perciò la ricerca sta puntando su cure basate su membrane cellulari di origine animale che favoriscono la rigenerazione cellulare nell'arto infetto ed eliminano i focolai infettivi che possono impedire il recupero dell'arto, salvandolo dall'amputazione.
Eliminata chirurgicamente la parte infetta dell'arto fino a scoprire l'osso, se necessario, lo si pulisce accuratamente e lo si copre, avvolgendo o innestando la parte lesa in una membrana fenestrata di pericardio equina o bovina. Queste membrane favoriscono la crescita del tessuto sano in modo mirato, proteggendo l'arto dall'esposizione batterica. Le cellule dell'arto, trovandosi in un ambiente propizio, ricrescono, riformando la parte carnosa che era andata perduta senza rischio d'infezioni. Dopo alcune settimane, l'arto recupera la parte asportata in modo funzionale, così che il paziente può riprendere una vita normale. Questa innovativa tecnica di recupero può essere associata a tecniche chirurgiche mini-invasive come l'angio-plastica e lo stent per rivascolarizzare i tessuti.
L'ANIO Onlus sta puntando molto sulla diffusione di queste tecniche a favore dei pazienti, poiché danno garanzia di riacquistare la funzionalità dell'arto. Si evita, in questo modo, l'insorgenza di stati infettivi che potrebbero costringere il paziente a nuovi interventi. Per questo motivo, l'Associazione ha promosso una convenzione con la Clinica Cosentino di Palermo, la cui équipe di Angiologia chirurgica, da me guidata, è una delle poche in Europa che usa questo tipo di membrane in chirurgia vascolare, conseguendo notevoli successi. In questo modo, si recupera l'arto evitando disagi economici e sociali ai pazienti, ma ogni sforzo non può prescindere dall'educazione del paziente che è fondamentale, affinché sia impedito l'eventuale ritorno di infezioni provocate dal perdurare di comportamenti scorretti. *
Dirigente medico della Casa di Cura Cosentino Palermo |