Carceri
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Intervista a Bruno Di Stefano

Le nostre prigioni, questo mondo ignorato

I detenuti vivono in condizioni terribili nelle prigioni e la Corte di Giustizia europea si prepara a condannare l’Italia per sovraffollamento equiparato alla tortura. Quali sono i problemi dei detenuti? Quali rischi corre la società? Quanto costa la malagiustizia? Ne parliamo con il coordinatore del Seac regionale (Coordinamento Enti e Associazioni di Volontariato Penitenziario), Bruno Di Stefano.

Quali sono le principali problematiche vissute dal detenuto?

<<Uno dei problemi più grossi per il detenuto è avere una buona difesa e con un avvocato d’ufficio pagato dallo Stato e scelto da un elenco, l’efficacia è limitata. Il vitto è migliorabile e al Pagliarelli i detenuti possono avere un pasto caldo. Mentre il vitto costava 3,84 euro al giorno per un appalto su scala nazionale, nel 2013 è stato aggiudicato a 2,70 euro. In genere, gli extracomunitari non fanno problemi per il cibo, mentre tutti gli altri detenuti si adattano>>.

Il sovraffollamento è un mito o una realtà?

<<Il sovraffollamento è una realtà innegabile, tanto che la Corte di Giustizia Europea di Strasburgo ha condannato l’Italia per il reato di tortura. L’ultimo congresso nazionale a Roma del SEAC è stato imperniato sui costi del carcere, perché la pubblica opinione non sa che questa condanna aggraverà di molto i conti dello Stato. Parecchi detenuti hanno fatto ricorso in gruppo a questa Corte di Giustizia, la quale ha emanato decine di volte le stesse sentenze per lo stesso reato. L’Italia ha pagato per ogni sentenza tra i dieci mila e i venti mila euro e ogni gruppo è stato indennizzato per una cifra oscillante tra i 100 e i 140 mila euro. Tuttavia, la Corte ha poi rifiutato questo tipo di ricorsi perché non sono mai state adottate soluzioni e allora ha dato un anno di tempo per migliorare l’ambiente carcerario o saranno inflitte multe e approvate richieste d’indennizzo molto più pesanti. Lo Stato ha fatto ricorso contro la Corte di Strasburgo ma l’ha perso e il 28 maggio scade il periodo per mettersi in regola.  In realtà, l’Italia non ha mai messo in regola neanche i tempi dei processi e ha preferito pagare gli indennizzi anziché affrontare il problema. Durante il Governo Prodi nel 2006 è stata approvata una legge che stabiliva che il processo di primo grado doveva durare tre anni, il secondo due anni e il ricorso in Cassazione un anno e per ogni anno di ritardo la multa pagata al cittadino è di 1.500 euro. Tale normativa si è estesa anche ai ricorsi amministrativi, per cui le spese sono esplose ed è lo Stato che paga, non i magistrati inadempienti.  Il fondo previsto per tali indennizzi, quando si esaurisce, è rimpinguato su richiesta della Corte di Appello>>.

Il condono e l’amnistia non sono soluzioni temporanee che non risolvono i problemi di fondo della Giustizia?

<<Sì, il condono e l’amnistia non sono soluzioni durature, ma questi provvedimenti permetterebbero di evitare la condanna di Strasburgo. Tuttavia, se non si riformano le leggi come la Cirielli, le questioni si ripresenteranno. L’amnistia e il condono possono essere applicati selettivamente scegliendo le categorie cui applicarli>>.

 Come si può cambiare il rapporto tra la società civile e il carcere?

<<Nel 1975 è stata emanata una buona legge tuttora in vigore, la n. 354/75, mai applicata interamente, nonostante che nel 1976 fosse stato emanato pure il regolamento. Il carcere è un mondo a sé, separato dalla società che ignora, a sua volta, quest’ambiente. Ciò che ha attirato l’attenzione dei mass-media, sono i suicidi. Questa legge introduce il rispetto del detenuto, attività esterne e gli psicologi, che sono fuori dal carcere e pagati a parcella. Eppure, i suicidi sono diminuiti per il sovraffollamento che, incredibile a dirsi, non permette di avere la privacy necessaria>>.

Come vivono gli operatori statali nelle prigioni, dai poliziotti agli psicologi?

<<Gli operatori si abituano e non sono considerati amici, perché sono pagati dallo Stato. I volontari operano gratuitamente e sono ammirati per questo, essendo chiamati come mediatori con l’esterno e a fornire mezzi e strumenti ai detenuti. Per il resto tutto dipende dal direttore, i cui poteri, di fatto, sono vastissimi e le regole sono stabilite da quest’ultimo. La situazione non è delle migliori neanche per gli operatori, perché anch’essi sono come prigionieri. Il tasso di suicidio tra le forze di polizia penitenziaria è uno dei più alti>>.

Quali sono gli strumenti che permettono il pieno reinserimento del detenuto nella società?

<<Lo strumento principe è il lavoro, ma ora è difficile specialmente in Sicilia, perché nessuna azienda ha convenienza a cercare manodopera dentro il carcere, perché costa meno il lavoro in nero. Ciò accade perché il detenuto o l’ex detenuto è controllato e non può essere nascosto>>.

di Redazione

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