evoluzione

Camminare su due gambe… grande e salutare conquista dell’uomo

Oggi, diamo per scontato il nostro camminare, non sapendo che il nostro sviluppo motorio è un’evoluzione recente. Abituati per millenni a usare tutti e quattro i nostri arti, per lungo tempo ci siamo limitati. Aver imparato a muoverci eretti, ci ha permesso di sviluppare le nostre potenzialità, allargando la nostra capacità espansiva, adattandoci ad ambienti diversissimi. Oggi, però, quest’importante conquista è messa in discussione dai nostri cattivi stili di vita. È necessario cambiare prospettiva e fare un passo indietro, salvaguardando questa conquista, anche perché emergono prepotentemente nuove minacce alla nostra salute. La sedentarietà, la pessima alimentazione, l’uso di strumenti informatici e lo stress favoriscono le disfunzioni, i cui costi diventeranno imponenenti. Muoversi non è un capriccio ma necessità.
Il camminare su due gambe, in realtà, è una funzione dell’uomo che compare piuttosto tardi (soltanto circa una trentina di migliaia d’anni fa) nella storia della terra e degli esseri viventi. Sulla terra, infatti, all’inizio vissero soltanto organismi monocellulari e infine quadrupedi, prima del lento passaggio di alcuni di essi alla condizione di “homo erectus” e quindi sapiens. In quest’articolo, si vogliono analizzare soprattutto gli aspetti pratici del camminare (come estremo sforzo di fisicità biologica ed anatomica dell’azione), trascurando momentaneamente gli aspetti motivazionali che costituiscono i pilastri evolutivi della nostra umana intelligenza. “L’uomo è un bipede barcollante e la bipedia deve considerarsi il motore della specie, dal momento che l’ominizzazione dell’uomo può considerarsi incominciata dai piedi (Tobias)”. La sequenza dei passi e, quindi, il nostro camminare influenza la circolazione del sangue e della linfa nel bene e nel male. Si ritiene, infatti, molto importante fare delle riflessioni sul “moto sanguigno” primo passo verso la salute, specie in una società sempre più statica per stile di vita e di lavoro (spostamenti prevalentemente con mezzi meccanici, lunghe ore di lavoro seduti dinanzi un computer, etc.). I meccanismi fisiologici in gioco nel camminare sono la pressione di spinta sul circolo arterioso ad ogni passo (vis a tergo), la contrazione muscolare e il movimento articolare. È da aggiungere a questi il sistema valvolare venoso di contenimento e di distribuzione fra circolo venoso superficiale e profondo, il tono della parete venosa e, infine, la pressione d’ispirazione toracica e di aspirazione cardiaca. Camminare è, in fondo, l’esercizio di gran lunga più semplice ed efficace per attivare il processo vascolare di spinta arteriosa e di ritorno venoso e linfatico. Già nel 1930 Fischer in Germania aveva fondato le “scuole di andatura”. È utile ricordare, a tal proposito, di sviluppare il movimento della marcia dai fianchi praticando oscillazioni misurate delle braccia ed assumendo una postura eretta del tronco (fonte di efficaci e profonde respirazioni addominali). Da non dimenticare di procedere in modo cadenzato poggiando prima il tallone, poi le dita. Occorre, però, evitare di sbattere i talloni contro il suolo e di usare un ritmo di marcia moderato (secondo la legge di Van Aaken si deve mentre si cammina parlare senza fatica). In questo modo si evita, in tal modo, un eccessivo accumulo di acido lattico (responsabile anche di stanchezza, pesantezza e dolorosi crampi muscolari). Nell’anziano, l’andatura tende ad essere più cauta e lenta con passi più brevi, con minore escursione delle anche (spesso dolenti), con scarso sollevamento del piede dal suolo e con minore oscillazione delle braccia ed anomala postura del tronco. Approfondite valutazioni cliniche e strumentali dimostrano i vantaggi sulla macro e micro circolazione dopo seri e controllati programmi di training (allenamento fisico). Numerosi studi documentano l’utilità e l’efficacia di tali programmi controllati (ad esempio nelle arteriopatie periferiche, nelle insufficienze respiratorie, etc), con miglioramento della capacità fisica generale, della funzione ventilatoria ed ossigenativa polmonare e della frequenza cardiaca sotto sforzo. Quanto suddetto comporta per il paziente la capacità di camminare più velocemente e più a lungo senza dover subito ansimare e fermarsi per la stanchezza o per il dolore muscolare. Studi sperimentali personalizzati hanno evidenziato individuali capacità di lavoro con completamento di percorsi di marcia giornaliera. Tali percorsi, con opportuni e ben valutati intervalli di riposo, possono raggiungere anche uno-due chilometri. Nei protocolli di training tale allenamento controllato è prescritto, in media, tre volte la settimana per un periodo di almeno sei settimane. Alla fine del ciclo l’interessato riceve la proposta di un programma di allenamento personalizzato domiciliare con indicazione a controlli periodici volti a valutare la sua capacità di marcia e l’eventuale deterioramento della funzione deambulatoria che, laddove avvenuta, darà indicazione ad effettuare ulteriori cicli di allenamento controllato. In conclusione, fare attività fisica almeno tre ore la settimana abbassa la pressione sanguigna riducendo almeno del 25% il tasso di mortalità. Inoltre, scarica tensioni fisiche e psichiche e dovrebbe essere un ottimo argomento d’intesa fra pazienti (consapevoli dei benefici apportati dal movimento deambulatorio) e medici (pronti a consigliarlo, ma pigri ad attuarlo).

Dott. Gaetano Giardina
Dirigente Chirurgo Emerito

di Dott. Gaetano Giardina

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