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La laurea come il telefono di una vecchia pubblicità, allunga la vita


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Prendere la laurea fa “guadagnare” tre anni di vita rispetto a chi ha la scuola dell’obbligo, perciò il livello culturale accresce la vita.

L’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità, dall’Agenas e dall’Aifa, su indicazione del Ministero della Salute, ha presentato, di recente, presso la sua sede il rapporto ‘L’Italia per l’equità nella Salute’.

Nel rapporto, il quadro sanitario che si delinea, è quello di un Paese con discriminazioni crescenti nelle cure. La crisi economica ha provocato una rinuncia delle visite specialistiche o trattamenti terapeutici per mancanza di soldi per 5 milioni di cittadini, che pure ne abbisognavano.

Inoltre, studiare aiuta, poiché dallo studio è emerso che il livello culturale incide sulla qualità della salute. I maschi che hanno al massimo la licenza media inferiore, hanno un anno e mezzo di vita in meno rispetto a quelli con la maturità.

Questi ultimi a loro volta hanno uno svantaggio di un altro anno e mezzo a confronto con i laureati, per cui prendere la laurea fa “guadagnare” tre anni di vita rispetto a chi si ferma alla scuola dell’obbligo. Invece, le disuguaglianze tra le donne sono meno pronunciate, poiché tra obbligo e laurea c’è un anno e tre mesi di differenza nell’aspettativa di vita.

Questa differenza è, letteralmente, alimentata da cattivi stili di vita, perciò solo il 13% delle persone con alta istruzione fuma, mentre sale al 22% tra chi ha frequentato al massimo la scuola dell’obbligo.

Il 7% di chi ha un titolo di studio elevato è obeso e il 52% è sedentario, contro il 14% e il 72% rispettivamente tra i meno istruiti.

Se al Sud si muore maggiormente per malattie del sistema circolatorio, nelle regioni del Nord mortalità prematura è prevalente a causa dei tumori maligni.

Una testimonianza della diffusa povertà riguarda la scarsezza di alloggi, da cui deriva il sovraffollamento e non mancano problematiche strutturali.

Il disagio per l’inadeguatezza dell’abitazione, aumentato in modo netto con la crisi, secondo il rapporto, “è un indizio importante di povertà e presenta rischi diretti per la salute”.

Il rischio povertà per un numero sempre maggiore di persone è dimostrato pure dalle richieste di aiuto per le loro cure sanitarie all’Inmp che sono aumentati del 37% dal 2007 a oggi, come ha sottolineato il direttore generale dell’Istituto Concetta Mirisola.

Questo è “il primo rapporto fatto in Italia che ha uno studio scientifico, voluto da me, sulle disuguaglianze nel Paese – ha commentato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin -.

Abbiamo proposto una serie di iniziative che dovrebbero essere fatte dalle Regioni con proposte concrete per eliminare le liste d’attesa.
Queste sono un tema di disuguaglianza sociale in alcuni territori”.

L’Italia, ha aggiunto, “è prima nel mondo per qualità dei servizi sanitari, ma questo non può non farci vedere le disuguaglianze che ci sono.

E’ un impegno etico e sociale non far precipitare nella povertà chi ha una prospettiva di vita dignitosa e non lasciare un capitale umano alla strada”.

Sia come sia, è chiaro che le scelte politiche degli ultimi trent’anni hanno generato questo contesto non certo edificante.

Si è perso di vista a lungo le vere criticità del sistema e della Sanità, perciò oggi, si paga una miopia generale che non salva nessuno.

Redazione

di Redazione

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